Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Seconda parte

gabriele_basilico-fotografia_paesaggioRobert Adams torna più volte sull’idea di un sentimento di partecipazione estetica ed emotiva verso il paesaggio, quasi non riuscendo a delimitare in modo univoco quell’esperienza che, nelle parole di Paolo Costantini, è interpretata come una sorta di “stupore e capacità di provare ancora meraviglia di fronte all’irriducibilità della natura”, e come una capacità di “concepire degli atteggiamenti che rendano possibile una rinnovata connessione con la terra”.


A più riprese e in diversi contesti Adams parla di una sensazione di ‘comprensione’ e di uscita dai propri limiti personali nel corso dell’esperienza estetica, di coerenza tra lo spazio interiore del fotografo e quello esterno del paesaggio attraverso il “superamento della percezione della nostra misura” e la consapevolezza del fatto che “siamo parte di un tutto”. Costantini poi parla di ‘senso di inclusione’, dando un’ulteriore sfumatura al concetto, e accennando alla capacità del soggetto fotografato di “ridefinirci e divenire parte essenziale di una biografia nella quale potersi riconoscere”.


Siamo evidentemente di fronte a un’esperienza sentita dai fotografi come totalizzante e rigeneratrice, capace di rompere quella sensazione di dispersione e di frammentarietà che caratterizza sempre di più il paesaggio contemporaneo, e di dare al proprio lavoro un valore che travalica l’aspetto puramente linguistico per sconfinare in un ambito esistenziale. Anche qui gli esempi potrebbero essere infiniti. Ne citerò tre, a mio parere particolarmente significativi, notando come siano esemplarmente affini nel rimandare ad una tendenza comune. Si tratta dell’intervento di Stephen Shore pubblicato in Nuovo paesaggio americano, unico libro italiano dedicato al gruppo storico dei nuovi topografi; del breve scritto di Joel Meyerowitz che introduce il suo La natura delle città; e di una dichiarazione di Gabriele Basilico citata da Roberta Valtorta nel testo introduttivo a Porti di mare.


Shore racconta l’esperienza del suo primo viaggio fuori New York, e della scoperta sconvolgente degli immensi spazi deserti del paesaggio americano, osservati per la prima volta attraverso la cornice del finestrino di un’auto guidata da un amico. Il momento dello scatto di una fotografia è descritto con una minuziosità compiaciuta che sembra nascondere sorta di rituale zen: “Si ha una fotografia quando qualcosa dentro si salda, è un’esperienza che muta così come muta, nel viverla, il fotografo. Quando una fotografia scatta in me, tiro fuori la macchina fotografica 8×10, ci cammino intorno, mi metto in posizione, calo il panno nero sulla testa, in qualche occasione lo sposto di un centimetro, armeggio con gli obiettivi, il diaframma, regolo la velocità di otturazione. Amo la macchina fotografica”.


La sensazione è che il limite tra esterno e interno si sfumi, quasi ad annullare la separazione tra il fotografo e lo spazio. Passiamo dagli immensi luoghi deserti di Shore alle città di Meyerowitz. Il fotografo paragona le città a dei campi di energia, e descrive la propria esperienza nei termini di un’identificazione con lo spazio che nasce da una ‘chiamata’: “In una città, spazio totalmente creato dall’uomo, è soprattutto attraverso la proporzione, il pieno, il vuoto, i materiali o la luce che riceviamo un messaggio. Sappiamo forse su quale antica terra consacrata è situata la città presente? Io so solo che appena sento qualcosa mi fermo. Non è il mio occhio che coglie per primo il campo sensoriale davanti a me, ma una intuizione ancora più originaria. Quando sorge, ho imparato ad accostarmi lentamente e a lasciare che mi afferri. […] Ti fermi un momento, diventi cosciente della chiamata – guardi cosa c’è lì fuori, apparente eppure invisibile – e diventi capace di effettuare una identificazione originale e personale – di fare una fotografia, una descrizione della tua consapevolezza”.


Gabriele Basilico, che praticamente scopre la fotografia di paesaggio partecipando alla Mission Photographique de la DATAR, ne parla, a quell’epoca, con l’entusiasmo di una rivelazione. Riguardo alla celebre fotografia della baia di Le Tréport dice: “In quella fotografia c’è un processo di sintesi massima, è una fotografia ideale perché rimanda al luogo nella sua globalità. Il luogo ti avvolge, ti viene incontro: lì io mi sono sentito come dilatato fisicamente. Mi sono sentito in una dimensione di armonia. Improvvisamente la conoscenza era davanti a me, data da una percezione psico-sensoriale eccezionale”.


Mi sembra che due elementi emergano con particolare evidenza: il primo, più astratto e generalizzabile, riguarda quell’idea di fusione con lo spazio esterno su cui Adams torna a più riprese. Il secondo, che sembra scaturire da un vissuto più intimo, lega la descrizione della propria esperienza estetica a termini come conoscenza, consapevolezza, mutamento, implicando la lettura dell’atto fotografico come un processo di conoscenza di sé attraverso la presa di coscienza della realtà.


A cura di Frameonline


CultFrame 12/2002

 

IMMAGINE

Gabriele Basilico. Da Luoghi come paesaggi Fotografia e committenza pubblica in Europa negli anni ’90


LINK

CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Prima parte

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CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Quarta parte

Il sito di Joel Meyerowitz