Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Quarta parte

joel_meyerowitz-st_louisL’idea, utopica, di un’innocenza perduta chiarisce molte cose: dall’amore per la naturalezza e la semplicità dei paesaggisti classici alla vocazione a calarsi nell’inferno del paesaggio industriale più degradato, quasi a voler espiare le colpe della società che lo ha prodotto; dalla tendenza minimalista a produrre immagini sempre più ‘povere’ (si pensi a Eggleston o a Baltz) a quella, di segno solo apparentemente opposto, verso l’estrema complicazione concettuale. Ma l’elemento più ricorrente è il ritorno incessante sul rapporto tra passato e presente e tra natura e cultura (vissuto in prima persona anche nell’immagine ideale di una ‘mitologia’, nell’accezione di Barthes, fotografica classica vista come portatrice di una ‘naturalezza’ ormai perduta).


Qualche esempio. Una serie di immagini di Joel Meyerowitz è dedicata alla città di Atlanta. Il fotografo costruisce il lavoro a partire dall’analisi del rapporto tra la città e un grattacielo posto al suo centro: “Ho iniziato a fotografare a partire dalla base dell’edificio e mi sono allontanato in cerchi sempre più larghi per oltre un anno, fino a ritrovarmi lontano circa trenta miglia. Quello che ho visto è stato molto più di un semplice edificio e delle sue vicinanze. Sono stato testimone della lotta eterna tra l’uomo che edifica e la natura che si ribella. […] La natura stava ricevendo un’altra sconfitta da una nuova torre per uffici, da una nuova serie di case identiche senza facciata, da un nuovo centro commerciale con gli stessi negozi dell’ultimo superato pochi minuti prima lungo la strada. L’obiettivo evidente era quello di spogliare la terra di tutto quello che vi cresceva, ricoprirla di cemento e poi piantare qualche sparuto alberello qua e là, in vasi o in aiuole puramente decorative, per poterla tenere sotto controllo. […] Ho cominciato a guardare quell’edificio come una bomba, perché era la causa di questa devastazione silenziosa. Esso mi è apparso come un sasso gettato in uno stagno, le cui increspature si allargano in tutte le direzioni rompendo l’equilibrio della superficie”.


Riguardo ad un altro lavoro, dedicato alla città di St. Louis, Meyerowitz racconta che mentre fotografava vide che “lungo il fiume, alberi interi erano gettati sulle sponde, come un cimitero di resti dalle lontane foreste del nord. Gli elementi architettonici, sino ad allora innocenti e funzionali, all’improvviso sembravano gravare sulle strade come lastre di un sepolcro”.


La riflessione di Lewis Baltz sul rapporto tra uomo e natura si spinge oltre la constatazione di un utilizzo selvaggio di quest’ultima per tentare un’analisi di come, oggi, l’idea stessa di ‘natura’ sia condizionata dalla società industriale. Secondo Baltz la natura è ‘opaca’, nel senso che è assolutamente indifferente all’uomo, moralmente neutra e dunque, dal punto di vista umano, completamente manipolabile. Questo porta con sé due conseguenze. Da un lato la tradizionale rappresentazione della natura è il risultato dei valori e delle concezioni estetiche imposte dalla società, dunque è un fatto culturale, dall’altro l’uso che la società fa degli spazi naturali è di tipo utilitaristico, legato esclusivamente a criteri di economia produttiva: “Una delle concezioni più diffuse è decisamente secolare e per niente attraente: il paesaggio come proprietà immobiliare. […] Secondo questo criterio i terreni non produttivi sono aree marginali; la natura è quanto resta dopo aver soddisfatto ogni altra esigenza. L’elemento ‘moderno’ del paesaggio risiede proprio nell’interesse venale con cui la nostra società guarda alla natura”.


Dunque non esistono veri punti di contatto tra cultura e natura. Quest’ultima può solo essere idealizzata o usata: in ogni caso rimane qualcosa di esterno. L’operazione fotografica di Baltz sconcerta lo spettatore proprio perché acquisisce come oggetto di contemplazione estetica frammenti marginali di territorio, privi di ogni dignità estetica in senso tradizionale in quanto legati ad una tipologia di spazio come luogo da sfruttare. Non solo: questi frammenti, che spesso contengono scarti di produzioni industriali o tracce della brutalità con cui i luoghi sono stati usati e abbandonati, non sono in nessun modo abbelliti da accorgimenti stilistici. Lo sguardo non tenta di occultare la propria estraneità alla natura, né l’indifferenza di questa ad ogni retorica umana.


Gli esempi di Baltz e Meyerowitz sono indicativi di una tendenza dei fotografi a riflettere sul senso e sulla moralità del proprio lavoro. Questa sembra comune a tutta la contemporanea fotografia di paesaggio, quasi come un naturale corollario ad una prassi fotografica già di per sé massimamente analitica e rigorosa. Del resto la riflessione di Robert Adams, incentrata su concetti che in buona parte appartengono all’estetica classica, tende ad una ridefinizione in chiave etica dell’esperienza fotografica. Paolo Costantini ha scritto: “Robert Adams è tra i pochi fotografi di oggi a volersi confrontare direttamente con problemi e termini ‘inattuali’ come bellezza, verità, forma, composizione, novità; con la rappresentazione del male, il senso della critica, le possibili riconciliazioni con la nostra geografia”. La scelta ‘classica’ di Adams, malgrado l’orizzonte di riferimento, è l’esatto opposto di un nostalgico attaccamento ad un’estetica ormai superata dai tempi. È piuttosto l’espressione di una protesta contro il presente che mira alla ricostruzione di un futuro possibile. In lui la ricerca della bellezza equivale sì ad un tentativo di sfuggire al disgusto per una società che ha reso il paesaggio inabitabile, ma anche alla proposta di una ricostruzione su nuove basi del rapporto con lo spazio, proposta che non ignora le responsabilità di un confronto diretto col presente: “Se la situazione sociale è tale da farci dubitare che vi sia un senso, l’arte che attraverso la forma indica un significato riguarda il problema del nichilismo ed è socialmente utile”.


A cura di Frameonline


CultFrame 12/2002

 

IMMAGINE

Copertina del libro “St. Louis & the Arch” di Joel Meyerowitz

LINK

CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Prima parte

CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Seconda parte

CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Terza parte

Il sito di Joel Meyerowitz