Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Prima parte

luigi_ghirri-cittanova1Questo lavoro non ha l’ambizione di ripercorrere l’itinerario storico della contemporanea fotografia di paesaggio (la linea ‘post-classica’ che prende avvio a partire dal 1958 con The Americans di Robert Frank e confluisce nell’eterogeneo e vastissimo panorama di esperienze che, soprattutto dagli anni Settanta, si è addentrato nel problema della rappresentazione fotografica della trasformazione del territorio). Un simile intento presupporrebbe un’analisi di proporzioni sterminate, data l’ampiezza del fenomeno, la sua diffusone internazionale, la grande quantità di influssi e intrecci tra le diverse produzioni nazionali, la densità delle stratificazioni storiche: basti pensare, solo per fare un esempio, al fenomeno della riscoperta dell’opera di Atget da parte della nuova fotografia americana, e a come poi questa scoperta abbia contagiato anche la fotografia europea, portando con sé la rilettura di un autore che fino ad allora era stato apprezzato per la sua vicinanza alla cultura surrealista, e nel quale ora si apprezza l’attenzione, tutta moderna, “alla continuità di natura e cultura, a dettagli inattesi, a rapporti tra oggetti prima non notati, a estrarre dal caos un nuovo tipo di ordine”.


Scopo di questo lavoro è piuttosto tentare, senza alcuna pretesa di esaustività, di isolare, a partire dalle riflessioni di Robert Adams sul ruolo della fotografia e sul valore del paesaggio, alcuni aspetti peculiari di quel fenomeno che nasce con i cosiddetti “nuovi topografi” americani, per poi dilagare in Europa inaugurando un lungo periodo di indagini sul territorio, e di individuare come da questo emerga un approccio nuovo alla fotografia e, soprattutto, una consapevolezza intellettuale e una capacità analitica nei confronti della propria esperienza estetica finora inedita, se non altro nella maggior parte dei casi, da parte dei fotografi.


Nel suo saggio Alla ricerca di un silenzio adeguato Robert Adams dedica alcune pagine al commento dei paesaggi di Timothy O’ Sullivan e di altri fotografi dell’Ottocento americano (Jackson, Watkins, Hillers). Più che ai valori formali delle immagini, l’attenzione è tesa a ricostruire le condizioni in cui questi fotografi operavano, e quella che doveva essere la loro esperienza della wilderness dell’Ovest americano.
La prima qualità che Adams individua è il silenzio: “Lo spazio dell’Ovest era perlopiù quieto: ce lo suggerisce metaforicamente la pacatezza visiva delle immagini, caratteristica sia del soggetto che della composizione della fotografia. L’unico suono che cent’anni fa poteva prodursi davanti all’apparecchio fotografico era quello del vento…”. Più avanti individua un nesso preciso tra la qualità dello spazio e quella dell’operazione fotografica: “Un’altra qualità dello spazio che ritrovo nelle vecchie fotografie è il ritmo semplice della vita: lo spazio sembra spesso pressoché immobile – un ritmo e un tempo appropriati per chiunque speri di fare l’esperienza dello spazio”. Quest’ultima coincide in qualche modo con ciò che Adams chiama “il rapporto tra il tempo e il camminare attraverso gli spazi aperti”, e con cui giunge sostanzialmente a definire l’operazione fotografica (e a questo punto non parla più solo di quella dei fotografi della frontiera, ma include nel discorso anche la propria) come una sorta di rituale di pazienza.

guido_guidi-luoghi_paesaggi1Nelle parole di Adams, così sensibili al rapporto tra il paesaggio e chi lo attraversa per fotografarlo, si rispecchiano quelle dei tanti altri fotografi che negli ultimi decenni si sono dedicati alla rappresentazione del territorio: basti pensare alle parole con cui Stephen Shore, Lewis Baltz, John Gossage, Joel Meyerowitz descrivono il proprio lavoro, e alle analoghe riflessioni di Ghirri, Guidi, Basilico (solo per citarne alcuni). Rispetto all’approccio del fotoreporter, che nel caos si sente a casa propria avendo bisogno di eventi in cui calarsi, di rumore e di movimento, di una contrapposizione al limite della sfida tra sé e lo spazio esterno per riuscire, in una sorta di paradossale processo di estraniamento, a cogliere l’istante decisivo, qui ci troviamo di fronte ad un atteggiamento verso lo spazio totalmente diverso, fatto di attesa, di paziente studio del territorio, delle sue caratteristiche topografiche e della sua luce, di meticoloso controllo del mezzo tecnico; soprattutto attento alla relazione tra ambiente e presenza umana.
Nell’esperienza descritta da Adams, e da tanti altri paesaggisti contemporanei, sembra di scorgere come una tensione ad interiorizzare ciò che è fuori e ad esteriorizzare ciò che è dentro per giungere ad una sorta di fusione contemplativa con lo spazio. Vengono in mente le epigrafiche parole con cui Guido Guidi commenta le proprie immagini di porto Marghera: “Amo pensare a un paesaggio non come a un posto predeterminato, ma come a un sentiero che si apre man mano davanti ai miei occhi e sotto i miei passi. Vedere e conoscere un posto è un atto contemplativo, significa svuotare la mente e lasciare che vi entri ciò che esiste in quel posto in tutta la sua molteplicità e infinita varietà”.


A cura di Frameonline


CultFrame 11/2002

 

IMMAGINI

1 Luigi Ghirri. Cittanova, Modena, 1985. Da Luigi Ghirri Fotografie 1970 – 1992

2 Guido Guidi. Da Luoghi come paesaggi. Fotografia e committenza pubblica in Europa negli anni ’90

 

LINK

CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Seconda parte

CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Terza parte

CULTFRAME. Lo sguardo inattuale. Sulla fotografia di territorio di fine ’900. Quarta parte