Luigi Ghirri. Fotografie 1970–1992. Intervista a Massimo Mussini

luigi_ghirri-bolognaAll’inaugurazione della mostra Luigi Ghirri Fotografie 1970 -1992 allestita al Palazzo Fontana di Trevi di Roma abbiamo incontrato Massimo Mussini, curatore dell’iniziativa. Mussini è un estimatore di questo maestro della fotografia. Su di lui ha scritto libri e cataloghi e, probabilmente, è il critico (nel tempo amico) che è stato maggiormente presente durante il percorso artistico del fotografo morto dieci anni fa. Al suo lavoro e a quello di Paola Borgonzoni (moglie di Ghirri), a Laura Gasparini, curatrice della Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia e al commissario della mostra Francesca Bonetti dobbiamo una delle più belle esposizioni degli ultimi anni.


Prof. Mussini, qual è l’importanza di questa mostra?


Abbiamo immagini mai più esposte dopo il ’79. Anche le foto dei primissimi anni, dopo il ’79 per intenderci, non sono mai state esposte tutte. Solo qualcuna era stata riciclata all’interno di nuovi lavori. L’ultima sua antologia risale, appunto al ’79. Dopodiché ha fatto sempre mostre riguardanti la nuova produzione. Questa è stata la prima, a dieci anni di distanza dalla sua morte, che siamo riusciti ad organizzare in modo da dare un’immagine completa di lui. Molti amatori e fotografi di Ghirri hanno solo la visione del suo paesaggio italiano, tipo il profilo delle nuvole, che è il Ghirri ultimo.

Vedere da dove è partito è molto più interessante, perché si coglie effettivamente una continuità nella diversità, nella trasformazione, ma sopratutto nel progresso che dà veramente l’idea di una persona dotata di grande ricchezza culturale, di lucidità. Ghirri non è stato solo un estetizzante con l’occhio per la bella inquadratura. C’è dietro tutto un lavoro importante.

 
Qual era il rapporto di Ghirri con la realtà?


Era un rapporto normale, come tutti. Ghirri la realtà la conosceva, l’affrontava, l’accettava anche, ma la criticava. La sua fotografia è nata proprio da un rapporto diretto con la realtà. L’occhio osserva, conosce. Però l’occhio è un filtro, non un filtro neutro. E’ un filtro che secondo quello che ci mettiamo davanti vede con dei colori metaforicamente diversi. Lui si è posto il problema di analizzare come l’uomo vede e, soprattutto, come vede attraverso i condizionamenti che sono imposti dalla cultura in cui vive. Questo avviene nella prima fase della fotografia di Ghirri che è improntata al concettualismo e all’arte povera.

 
A questo proposito, quanto ha inciso l’esperienza concettuale nel suo approccio con il paesaggio?

 
Direi che è stato fondamentale. Il paesaggio dell’ultimo Ghirri nasce come conseguenza logica di una esperienza che ha fatto quando ha cominciato a fotografare. Ha iniziato a fotografare in maniera diversa da quella con la quale lavoravano di solito i fotografi; era un amatore, un dilettante, ma un dilettante che non si accontentava di fare la bella immagine casuale. Ha usato la fotografia come strumento linguistico per parlare della realtà. Ovviamente, lavorando con gli amici concettuali, ha ricevuto, ma ha anche dato molto; perché avevano tutti la stessa età ed erano nella medesima situazione. Ghirri, praticamente, era lo strumento che all’inizio realizzava le idee dei concettuali poiché il mondo del concettualismo italiano era nato dall’idea del rifiuto della funzione dell’artista come privilegiato. Quindi l’artista non doveva nemmeno più occuparsi di arte manuale, non doveva nemmeno dipingere, bastava che avesse l’idea, e poi l’idea poteva essere realizzata da qualcun’altro. Quel qualcun’altro era Ghirri fotografo e lo si vede bene nelle opere in mostra nelle stanze al piano terra.

Ha imparato ad usare la fotografia in una maniera inedita, nuova, e da li è partito per un’analisi autonoma della realtà.

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Ghirri, nelle sue immagini, evidenzia la neutralità del fotografo, cioè non incidere con il proprio punto di vista nella composizione. Perché?


Questa era l’idea di partenza, il concettualismo di cui parlavamo. Eliminare l’aspetto personale nell’operazione artistica, in quanto si rifiutava, negli anni ’70, il concetto di arte.

 
Quindi spersonalizzare totalmente?


Esatto, quello che chiamavamo, e chiamiamo ancora, artista era un comunicatore sociale, uno che attraverso le immagini trasmetteva dei messaggi di tipo politico, sociale e fortemente ideologizzati. Siamo all’inizio degli anni ’70. Ghirri, avendo assorbito quel clima, rifiutava il ruolo d’artista fotografo. Poi, con il passare del tempo, arrivando agli anni ’80, è cambiato il modo di vedere l’arte e c’è stato un ritorno al figurativo, un ritorno all’artista in quanto operatore anche manuale che costruiva l’immagine e c’è stato un ritorno anche alla funzione estetica dell’immagine stessa. Luigi Ghiri ha avvertito questo cambiamento, perché era una persona attenta e sensibile, riusciva a percepire mutazioni quando erano all’inizio. Non era uno di quelli che si faceva trascinare, semmai, in qualche modo propiziava e trainava il cambiamento. Allora ha incominciato a modificare il suo modo di rapportarsi con la realtà, attraverso la fotografia. Ed è nato l’ultimo Ghirri, che è un Ghirri, come diceva lui stesso ironicamente, “partito rifiutando gli estetismi della fotografia per diventare un estetizzante.”


Il segreto dei colori di Ghirri?


Quello è un segreto di pulcinella. Ho conosciuto molto bene Ghirri sin dall’inizio, perché sono stato il primo che scrisse una recensione durante la prima mostra a Modena. Questo ci ha legati in modo particolare così, spesso, veniva a casa mia a farmi vedere le cose. Nei primi anni, all’interno di questo suo modello concettuale, la forma dell’immagine non aveva nessuna importanza. Faceva stampare le fotografie in piccolo formato, per risparmiare, in laboratori qualsiasi. Non aveva nessuna importanza il colore, il formato, la cura della stampa. Ha imparato a stampare con cura, e dare più importanza all’immagine verso la fine degli anni ’70, quando si è cominciato ad avvertire il passaggio di cui parlavamo prima, verso un tipo di fotografia diversa. Allora si è reso conto che anche il modo di proporre l’immagine può influire su come la si recepisce. Da lì ha cominciato a fare stampe più grandi, fino al 30×40, e si è rivolto ad uno stampatore di Modena, abbastanza bravo allora, che ha imparato molto insieme a Ghirri. L’idea di agire anche sul colore è nata con le foto di Versailles. Quando ha visto la prima fotografia (quella da cui si vede il panorama della reggia dall’alto con le persone), si è reso conto che stampandola con una certa tonalità otteneva un effetto differente. Da quel momento ha cominciato ad usare colori più tenui, più chiari. Si è reso conto in quel momento che poteva cambiare il codice comunicativo attraverso un intervento sul colore, semplicemente in fase di stampa.


luigi_ghirri-casa_benatiQual è secondo lei, fra tutti i lavori di Ghirri, quello che ne rispecchia maggiormente la personalità?


Questa è una domanda difficile, perché la sua personalità non è rimasta bloccata nel tempo. Se, ad esempio, prendiamo i suoi primi dieci anni di attività, sono indicativi lavori come paesaggi di cartone o colazione sull’erba. Risultano importanti perché sono i due primi lavori su cui ha studiato e quindi frutto di un progetto. Altro lavoro significativo è Still life, che ha segnato il passaggio tra il primo e il secondo decennio. Il mio preferito, a parte Versailles, è quello sugli Atelier Morandi e Rossi messi a confronto, un lavoro analogo a Identikit. In Identikit ha fotografato se stesso, ma, anziché fare il suo autoritratto, ha ripreso i suoi scaffali e le librerie di casa. La stessa operazione fu fatta con il lavoro su Morandi e Rossi. Morandi era già morto e non potendo realizzare un ritratto diretto dei due, ha ripreso lo studio di entrambi per mettere in risalto, attraverso i loro spazi e le piccole cose, le singole personalità. Una specie di ritratto indiretto.


La mostra iniziale era composta da 600 immagini su un archivio di oltre un milione. Quanto è stato difficoltoso fare la selezione?

 
Devo dire che la selezione del primo decennio è stata molto semplice, in quanto avevo curato con lui la prima mostra antologica. All’epoca scegliemmo insieme le immagini discutendo dei lavori, e scrivemmo i due saggi di presentazione in contemporanea, senza leggere i rispettivi testi. Poi li abbiamo pubblicati nel catalogo insieme e ci siamo accorti che c’erano delle divergenze e delle convergenze. Un’operazione quasi surrealista, proprio perché volevamo rendere la differenza fra chi aveva scattato la foto e l’osservatore.

Più complesso è stato selezionare le opere del secondo decennio.

Lavorando con Paola, sua moglie, abbiamo cercato di catalogare i lavori, perché spesso sotto un titolo sono comparsi più lavori riuniti (ad esempio, Paesaggi d’Italia è un nome collettivo che raccoglie più lavori). Abbiamo cercato di distinguere i vari lavori in base alle prove d’esecuzione e alle committenze. Alla fine abbiamo tentato di mettere tutto insieme in modo che fosse possibile effettuare un percorso cronologico.

©CultFrame 10/2002

 

IMMAGINI

1 Luigi Ghirri. Bologna, 1986
2 Luigi Ghirri. Ponza, 1986
3 Luigi Ghirri. Casa Benati, Reggio Emilia, 1985

INFORMAZIONI

Luigi Ghirri Fotografie 1970 – 1992

Dal 2 ottobre al 10 novembre 2002

Palazzo Fontana di Trevi / Via Poli 54, Roma / Telefono 06692050205

Orario tutti i giorni 10.00-19.00

 

LINK

Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia