Berengo Gardin. Maestri della fotografia

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Gianni Berengo Gardin. Santa Margherita Ligure 1930

 

Narratore attento dell’evoluzione dei tempi, Gianni Berengo Gardin è sempre stato attratto dalle semplicità degli ambienti e dai luoghi nei quali le esistenze umane sono solite mescolarsi con le realtà religiose, lavorative e culturali.

Gli anfratti di Genova, i vicoli di Milano e di Torino, le campagne delle Marche e del Lazio, una Sicilia promiscua, la vita contadina e le trasformazioni nella modernità sono stati tutti soggetti privilegiati intorno ai quali è ruotato il suo impegno.

Per più di quarant’anni ha voluto costruire un paesaggio fotografico capace di sottolineare le diversità di vita e di costume, di abitudini e di lavoro, diversità profonde che emergono con forza nella complessiva visione della sua esperienza fotografica.


L’opera di Berengo Gardin è un lungo percorso attraverso i luoghi e i tempi, attraverso gli ambienti umani e culturali che hanno caratterizzato l’Italia dai difficili anni del dopoguerra ad oggi. I suoi primi soggetti sono stati perlopiù operai e contadini in campagne brulicanti di lavoro; fabbriche e industrie, risaie nebbiose e generiche situazioni di povertà e miseria. Successivamente le tematiche di stampo neorealista del fotografo, tematiche con le quali non si può fare a meno di scontrarsi visto il contesto storico nel quale egli è vissuto e le influenze che ha avuto da parte di una cultura che indubbiamente cercava nel realismo i mezzi per un riscatto poetico e morale, cominciarono a muoversi verso una strada più intima, più rivolta ad approfondimenti mirati. Gardin quindi si diresse all’estero concentrandosi sul ritratto, su una visione più surreale del mondo, sul paesaggio e sulle descrizioni ambientali entrando contemporaneamente in contatto anche con realtà molto dure come quelle dei campi zingari e dei manicomi.

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Dai temi più oscuri e cupi a quelli più allegri e leggeri, una visione semplice e diretta della vita. Un’esistenza descritta per immagini come se ruotasse intorno alle piccole cose; un percorso fotografico che ha preso il via da approfondimenti fortemente diretti, dai connotati tipici del realismo postbellico, per dischiudersi in una ricerca più meditata e riflessiva. Le sue immagini sono oggi un esempio raro della semplicità morale e rigorosa di un uomo e nessuna sembra forzata o invadente. Ogni fotografia è lo specchio del tempo nel quale è stata scattata, ma non una semplice rappresentazione di quell’epoca, quanto la rappresentazione della cultura in auge in quel periodo. Artisticamente nato nel momento neorealista, influenzato dal realismo americano, partecipe all’evoluzione visiva della cultura fotografica di mezzo secolo, Berengo Gardin si può iscrivere nel registro di quegli autori che hanno elaborato una fotografia capace di essere notizia e ricerca, documento ed arte, strumento di analisi sociale e storica. Fu, in poche parole, uno di quelli che scrissero la storia della fotografia italiana nei difficili anni del dopoguerra.

Negli anni cinquanta la ricostruzione culturale e morale portò l’estetica verso il realismo, un’evoluzione voluta da molti artisti e stimolata dai bisogni materiali di una generazione frustrata da vent’anni di teorie moderniste e chiusure di regime. Le prime influenze internazionali brandirono così la spada del risveglio e grazie ai rappresentanti d’oltreoceano (e non solo) i fotografi italiani edificarono il Neorealismo. Scrisse efficacemente Cesare Pavese ne L’influsso degli eventi, in La letteratura americana, 1946: “Noi scoprimmo l’Italia […] cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia e nella Spagna”.

E’ bene quindi ripensare a quel periodo della cultura fotografica italiana cercando all’interno delle sue principali caratteristiche le evoluzioni della poetica dello stesso Gardin e di tutti coloro che direttamente o indirettamente entrarono i contatto con il Neorealismo. Per Nino Migliori quella stagione fu costituita da tanti neorealismi afferma, infatti, che: “il realismo di Branzi è costruito sulle ampie conoscenze culturali dell’autore, quello di Enrico Pasquali è un realismo sociale politicizzato indotto dalla collaborazione con l’Unità, quello di Mario de Biasi, legato ad Epoca, è un realismo di qualità della contemplazione su committenza, quello di Fulvio Roiter è un realismo estetizzante, quello di Gianni Berengo Gradin è un realismo lirico, quello di Giacomelli è un realismo poetico dissacratorio…” (Questa di Migliori e le successive testimonianze sono riprese dalle interviste presenti in: AA.VV., Gli anni del Neorealismo. Tendenze della fotografia italiana, Prato, Fiaf, 1998, n.d.r.).

gianni_berengo_gardin-firenze1Intorno proprio alla questione del Neorealismo è interessante leggere proprio la posizione in merito dello stesso Berengo Gardin, sempre ricordando che capire l’opera di un autore richiede un approfondimento, seppur minimo, sul periodo nel quale è vissuto e sulle influenze culturali che quel periodo è stato in grado di imprimere nella poetica e nell’estetica: “Forse non avevamo la consapevolezza di aderire al Neorealismo fotografico, etichetta che, beninteso, non ci dispiace affatto, si trattava di un esperienza irrinunciabile, di una risposta espressiva ad uno stato d’animo comune a tutti.”

Ritiene poi che le influenze di «Life» e dei fotografi della Farm Security Administration, alla fine degli anni trenta, abbiano cambiato molte cose e impressionato molti animi. Il manifesto pubblicato proprio su Life nel ’36 esprimeva quei concetti che furono propri del successivo realismo italiano: “Vedere la vita, vedere il mondo, essere testimoni oculari di grandi eventi, osservare i volti dei poveri e i gesti dei superbi. Vedere e gioire nel vedere, vedere ed essere sorpresi, vedere e apprendere”. Una lezione ancora valida che crea nei discorsi di Berengo Gardin, tuttora, grande suggestione e gli permette di affermare: “Fotografia di reportage – o, se preferite, Neorealismo fotografico – come possibilità di fotografare e interpretare le cose che accadono in modo che esse assumano e poi riescano a comunicare ulteriori significati.”

La fotografia di questo autore è in definitiva una storia di luoghi e di volti, un lavoro costante che ripropone oggi, nella sua varia complessità, avvenimenti e situazioni di un’Italia povera, di un’Italia in continuo movimento ed evoluzione. Nei volti e nelle situazioni si riscoprono atmosfere lontane, luoghi fermi nel tempo, volti di statuaria memoria. Il repertorio di Gianni Berengo Gardin è oggi uno spaccato storico importante dell’Italia contemporanea, sia da un punto socio-economico che ambientale, una narrazione attenta che si è mossa all’interno di un Paese sconvolto da profonde contraddizioni, da insopportabili divisioni e, geograficamente, dai più remoti angoli di un Sud agricolo e magico fino agli interni più nascosti di grandi e industriali città del Nord.


BIOGRAFIA

gianni_berengo_gardin-ritratto1Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Le sue vicende personali lo hanno portato a vivere in diversi luoghi da Roma alla Svizzera, da Venezia a Milano dove è giunto nel 1965.
Cominciò ad interessarsi di fotografia nel 1954 diventando uno dei soci del circolo fotografico veneziano La Gondola e del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia. Contattato successivamente da Italo Zannier fondò, con la collaborazione di alcuni amici, il Gruppo fotografico Il Ponte. Dedito ad una fotografia di forte impostazione realista e sempre rivolta ad un reportage diretto, cominciò a pubblicare le sue prime fotografie intorno alla metà degli anni cinquanta.

Nel 1955 fu molto importante l’incontro con Mario Pannunzio che lo portò a frequentare la redazione de Il Mondo, testata con la quale iniziò una lunga collaborazione. La figura di Pannunzio è sempre rimasta viva nei ricordi di Gardin, fu per lui più che un amico, fu, probabilmente, un maestro di fotografia e di vita.
Il Mondo, al quale partecipò fino al 1965, rappresentò per Berengo Gardin un trampolino di lancio non indifferente. Da lì a poco infatti iniziò a collaborare con le più importanti riviste di stampa illustrata italiana e straniera tra le quali: Domus, L’Espresso, Time, Stern, Vogue, Du, Le Figaro ecc.

Continua e regolare fu poi la sua la collaborazione con il Touring Club Italiano. Una collaborazione che ha dato vita a svariati lavori su regioni e città italiane, libri molto importanti sia da un punto di vista ambientale che documentario. Tra il 1984 e 1985, su invito di Mauro Galligani, ha collaborato regolarmente con il settimanale Epoca.

Gianni Berengo Gardin ha rappresentato un punto di riferimento anche per il mondo della comunicazione visuale. Molte fotografie pubblicitarie, utilizzate negli ultimi cinquant’anni, provengono dal suo archivio. Tra le aziende che più si sono servite delle immagini del fotografo per promuovere la propria immagine sono da ricordare senza dubbio l’Olivetti e Procter&Gamble.

gianni_berengo_gardin-lidoBerengo Gardin ha allestito centinaia di mostre personali che hanno celebrato il suo lavoro e la sua creatività in diverse parti del mondo: il Museum of Modern Art di New York, la George Eastman House di Rochester, la Biblioteca Nazionale di Parigi, gli Incontri Internazionali di Arles, il Mois de la Photo di Parigi, le gallerie FNAC. Tutte iniziative che hanno dato ragione a chi oggi sostiene che Berengo Gardin è uno degli autori italiani più importanti e conosciuti sulla scena fotografica internazionale. Nel 1991 una sua retrospettiva è stata ospitata presso il Museo dell’Elysée a Lausanne. Nel 1994 le sue stampe sono state inserite nella mostra dedicata all’Arte Italiana presso il Guggenheim Museum di New York. Successivamente ad Arles, durante gli Incontri Internazionali di Fotografia, gli è stato consegnato un importante riconoscimento, l’Oskar Barnack – Camera Group Award.

Oggi Gianni Berengo Gardin ha all’attivo più di 150 libri fotografici che lo consacrano anche come uno dei più attivi autori italiani. Celebri sono i lavori effettuati con altri grandi maestri italiani, figli anche loro di una cultura della fotografia profondamente radicata su tematiche realiste. Con Ferdinando Scianna ha realizzato In treno attraverso l’Italia; con Zavattini Un paese vent’anni dopo. Celebri altri libri come: Morire di classe con Carla Cerati; Dentro le case; L’occhio come mestiere, Dentro il lavoro; Scanno; Il Mondo. Importanti sono anche tutti quei volumi d’indagine paesaggistica e ambientale quali: Toscana; Francia; Gran Bretagna; ed altre importanti antologie tra le quali Gianni Berengo Gardin fotografo del 1990. Il suo ultimo libro è Italiani una raccolta delle sue più celebri fotografie scattate in Italia negli ultimi cinquant’anni (Federico Motta Editore, 1999). Le ultime mostre allestite sono state a New York presso la Leica Gallery nel 1999 e in Germania nel 2000.

Gianni Berengo Gardin vive e lavora a Milano.

©CultFrame 10/2002

IMMAGINI

1 Gran Bretagna, 1977. ©G. Berengo Gardin/Contrasto
2 Venezia, Il vaporetto, 1960. ©G. Berengo Gardin/Contrasto
3 Firenze, 1962. ©G. Berengo Gardin/Contrasto
4 Gianni Berengo Gardin. ©Rosa Maria Puglisi
5 Venezia, il Lido, 1958. ©G. Berengo Gardin/Contrasto


BIBLIOGRAFIA

Berengo Gardin, G., Zavattini, C., Un Paese Vent’anni Dopo, Federico Motta Editore, Milano, 2002

Berengo Gardin, G., Italiani, Federico Motta Editore, Milano, 1999

Berengo Gardin, G., Pappalardo, U., Pompei, Federico Motta Editore, Milano 1998

Berengo Gardin, G., Gli anni di Venezia, Federico Motta Editore, Milano, 1994

Carli, E. ( a cura), Fotografia, Adriatica Editrice, Ancona, 1990

Berengo Gardin, G., D’Alessandro, L., Dentro il lavoro, Electra Editrice, 1978

Zavattini, C., Berengo Gardin, G., Un Paese vent’anni dopo, Giulio Einaudi editore, Einaudi Letteratura, Torino, 1976

 

LINK

Cesare Zavattini fotografato da Gianni Berengo Gardin