I fantasmi del tempo, i luoghi della memoria. Incontro con Shimon Attie. FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma 2002

shimon_attie-memory_without_titleLa forza espressiva della memoria, il ruolo fondamentale del ricordo, l’inestinguibile legame con le proprie radici, la fragilità del concetto di tempo, la presenza di fantasmi concepiti come frammenti poetici di un discorso sulla sfera interiore degli individui, la sovrapposizione visuale degli ambienti nella girandola dello spazio-tempo, il segno linguistico utilizzato come lente d’ingrandimento sul passato.
La ricerca artistica di Shimon Attie rappresenta un passaggio importante nel panorama concettuale contemporaneo, poiché riesce a fornire un senso compiuto al recupero di sensazioni e questioni storico-familiari in un periodo in cui l’arte guarda, giustamente, sempre più al futuro, a volte dimenticandosi però del fattore contenutistico, elemento, questo, che può svolgere una sua funzione anche nel contesto di uno spirito creativo innovativo ed evolutivo.


Fotografo fuori dagli schemi e ideatore di geniali installazioni, Shimon Attie ha vissuto in giro per il mondo ma da circa dieci mesi si trova a Roma, ospite dell’Accademia Americana, dove sta portando a termine un progetto sull’antico quartiere ebraico della capitale.

 

Nato in una famiglia ebraica proveniente dalla Germania, e vissuto a San Francisco, Attie ha concepito, e messo in pratica, uno straordinario percorso di recupero della memoria ebraica di un quartiere della ex Berlino Est. In sostanza, il suo lavoro è consistito nel proiettare su palazzi, muri e strade, così come sono attualmente, immagini della vita perduta del posto e nel (ri)fotografare il tutto, fornendo al fruitore l’impressione della presenza reale di figure evanescenti, corpi eterei che non hanno mai abbandonato i luoghi della loro esistenza, nonostante la Shoah ed il genocidio messo in atto dai nazisti.


shimon_attie-writing_on_the_wallShimon Attie ha presentato questo suo particolare esperimento in un emozionante slide show nell’ambito del Primo Festival Internazionale di Fotografia di Roma. Davanti a una platea ristretta, ma molto attenta, ha altresì mostrato gli interessanti risultati di altri suoi progetti.

Tra i più significativi, quello effettuato a Copenaghen. In questo caso, ha sistemato dei grandi light-box sott’acqua (illuminati 24 ore al giorno), in un grande canale della città vicino al Parlamento, che proponevano al visitatore i ritratti di ebrei salvati durante la seconda guerra mondiale e di profughi della ex Jugoslavia.


Gentile, sorridente, elegante, con uno spiccato senso dell’ironia, Attie ha saputo coinvolgere il pubblico parlando anche delle sue emozioni interiori e dei propri fantasmi personali in modo delicato ed estremamente acuto, e per niente narcisistico.

In questo senso, le sovrapposizioni di immagini da lui realizzate all’interno della sua casa di San Francisco ci hanno svelato l’animo di un artista che ama profondamente gli ambienti della sua vita e che è capace di cogliere l’anima di un spazio, di far rivivere vicende dimenticate, vicende che però albergano nel suo cuore e nella sua mente e che nessuno potrà mai cancellare.


©CultFrame 06/2002

 

IMMAGINI

1 Shimon Attie. Memory without Title, San Francisco
2 Shimon Attie.
The Writing on the Wall

 

INCONTRO

29 maggio 2002 / Università Roma Tre. Facoltà di Architettura / Introduzione Marco Delogu / Primo Festival Internazionale di Fotografia