Un americano a Parigi. Incontro con William Klein

William Klein. Photo © Orith Youdovich
William Klein. Photo © Orith Youdovich

Giunto in Europa con le truppe di occupazione, nel 1948, l’allora soldato americano Klein sbarcò a Parigi, città dove tuttora vive e alla quale ha dedicato il suo ultimo lavoro fotografico. Parigi+Klein è il titolo del libro appena pubblicato, ma anche una mostra allestita al Palazzo delle Esposizioni di Roma, spazio dove l’artista ha incontrato giornalisti e critici.

Volto sorridente, espressione gentile, William Klein, sempre pronto alla battuta, ha raccontato le sue esperienze passate e il rapporto con la sua fotografia.


Dopo un lungo periodo dedicato alla pittura astratta e dopo aver frequentato negli anni 50 lo studio di Léger a Parigi, William Klein torna a New York e sente il forte bisogno di fotografarla, per “mettere in ordine” i sentimenti, non elaborati che nutriva verso la metropoli americana e i ricordi di un’infanzia trascorsa in un quartiere attiguo ad Halrem, al limite della miseria. Adotta dunque il mezzo fotografico, nonostante non ne avesse nessuna cognizione tecnica.

Il libro New York, uno dei suoi lavori più celebri, ha segnato un punto di passaggio e una rottura con gli schemi classici della rappresentazione, una liberazione dalle regole tradizionali della fotografia. “Per me, New York è un libro sulla fotografia, ovvero un volume che spiega “come fare fotografia”. Negli anni ’50 la rappresentazione era aneddotica e io la volevo modernizzare”. Un approccio, dunque, che stava agli antipodi rispetto a quello di Cartier-Bresson in cerca, quest’ultimo, di armonia e riservatezza.


Diverso è il percorso che l’ha portato alla pubblicazione di Parigi+Klein. “Pensavo di conoscere Parigi ma non era poi così vero. Ho avuto problemi all’inizio, e ora che ho realizzato il libro, posso dire che oggi saprei come fare un lavoro su Parigi. Io presento una metropoli moderna e multiculturale, e soprattutto lontana dalla sua immagine stereotipata. Ci sono centinaia di volumi su Parigi, tutti uguali. Il bacio, il parco, i lampioni…. Il mio obiettivo invece scruta la varietà umana di una città cosmopolita, crocevia di culture, un melting pot, ricco di sfaccettature, che vive intensamente le proprie contraddizioni. I parigini stessi sono rimasti sorpresi di vedere la loro città rappresentata in maniera così diversa (e poi da me, americano) ma hanno finito per accettarlo”.


William Klein ha pubblicato volumi su altre capitali come Tokyo e Mosca. Nel 1959, il libro su Roma ha ricevuto i consensi di Moravia, Pasolini e Fellini. Quest’ultimo considerava che Klein avesse l’indole del cineasta. Ed infatti, Klein, ha sempre voluto spaziare ed essere un artista multidsciplinare. Oltre a 250 filmati pubblicitari, ha realizzato anche una ventina di lungometraggi, tra cui ricordiamo Lontano da Vietnam (1967, insieme a Resnais, Ivens, Lelouche e Godard), Chi è Polly Maggoo? (1966) e Mohammed Ali, The Greatest (1964-71). Ma “l’impegno per il cinema deve essere totale e oltretutto non riserva sorprese” ha sottolineato Klein, il quale coglie nella fotografia l’imprevedibilità, l’incoerenza e il brivido della casualità e dell’improvvisazione.


“Nella mia fotografia c’è un po’ di tutto: la messa in scena, l’objet trouvé, la manipolazione. Ci sono foto di moda ma anche”, ha affermato ironicamente in conclusione, “foto di famiglia, tipo quelle che potrebbe tranquillamente scattare la mia portiera”.

 

© CultFrame 04/2002

 

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