La bellezza dei senza potere. Intervista a Tano D’Amico

tano_damico1In occasione della mostra “La vita in uno sguardo – le donne nelle foto di Tano D’Amico”, allestita presso il Museo Cassioli di Asciano (SI) ed organizzata nell’ambito della manifestazione IdeaDonna 2002, CultFrame pubblica un’ampia intervista al fotoreporter italiano.


Come sono stati gli anni della la tua infanzia?


E’ stato un periodo che ho vissuto a Milano e devo dire che c’è sempre stato nella mia vita qualcosa che mi legava alla fotografia. Da bambino avevo un tipo di macchina fotografica italiana che è stata la prima reflex del mondo.

A scuola le cose non andavano molto bene. Rimanevo sempre allibito perché c’erano molti ostacoli che venivano creati lungo la strada di un bambino. Se non avevi soldi eri spacciato per sempre. Ed io ero un bambino particolare, sia perché venivo dal sud, sia perché avevo vissuto un’infanzia diversa.

 
E il periodo successivo? Come ricordi la tua giovinezza ed il passaggio alla fase adulta e all’impegno sociale?

Io sono stato sempre di sinistra anche se non ho mai amato il PCI. Amavo i militanti ma non il partito, perché aveva tutti i difetti della Chiesa senza possederne i pregi. Non sapevo spiegare all’epoca questa mia posizione, ma sentivo che il PCI non sosteneva le mie istanze.

Ho fatto il Liceo Classico al “Beccaria”, uno dei più noti di Milano. Successivamente mi sono iscritto all’Università Cattolica del Sacro Cuore, alla Facoltà di Scienze Politiche. Nel 1966 sono andato sotto le armi e anche questo è stato un periodo importantissimo, poiché durante la leva mi hanno fatto pagare tutto. Ho fatto il militare insieme ai giovani dell’Alto Adige e la situazione era tremenda all’epoca. C’era una sorta di guerra civile in Alto Adige. I ragazzi che provenivano da quel luogo subivano un trattamento duro; venivano in sostanza “raddrizzati” ed ho finito per subire questo trattamento anche io. Quando dicevo che ero nato a Filicudi, nasceva la mia diversità. Subivamo soprusi tremendi e venivamo destinati a lavori infami. Per sopravvivere eravamo uniti uno all’altro. Vivevamo in un rettangolo di cemento in mezzo al fango, in Friuli. Io mi legai in maniera fortissima ai ragazzi della caserma: sardi, carcerati, persone che non sapevano leggere. Dunque, il servizio militare mi sconvolse la vita e invece quando tornai a casa trovai tutto come prima. Così me ne andai a Roma.

Feci i lavori più terribili, ma poco dopo si concretizzò il destino della fotografia. Ovunque andassi venivo spinto da tutti a fare fotografie. Iniziai a riprendere jazzisti durante le loro esibizioni. Ma in realtà non volevo fare il fotografo. Intuivo, infatti, che questa cosa avrebbe sconvolto la mia esistenza. Quando nel 1968 i miei compagni volevano che facessi sempre delle foto, io continuavo a ripetere che volevo vivere. Sapevo che scattare avrebbe significato togliermi dalla vita. Un fotografo che deve immortalare una festa per un giornale, ad esempio, non può parteciparvi; deve chiamarsi fuori e rimanere solo.


Comunque, poi la fotografia è entrata stabilmente nella tua vita…


Nel 1969 si mettevano in moto certi meccanismi, venivano fuori delle riviste. Incontrai sul mio cammino Lotta Continua, attraverso le prime lettere che gli venivano spedite. Con Lotta Continua, così come con i gruppi del dissenso cattolico, c’era una similitudine di interessi e di valori. Così, cominciai a fotografare stabilmente, anche se all’epoca c’era diffidenza verso i fotografi. I miei scatti furono pubblicati su un settimanale che si chiamava Sette Giorni ma le prime immagini che mi fecero conoscere da tutti furono altre. Nel 1972 facevo dei reportage per Lotta Continua e Potere Operaio. Arrivavo nei luoghi dove era successo qualcosa dopo diversi giorni, quando tutto era avvenuto; dovevo infatti rintracciare le motivazioni di certi accadimenti. Mi recai a Gela per verificare come mai Carabinieri e Polizia avevano portato via tutti i componenti di Potere Operaio. Entrai nelle case. Le persone di Gela si chiedevano che fine avevano fatto queste persone. Io feci una foto a dei bambini con la luce dei lampioni. Le loro facce chiedevano dove erano finiti i loro amici più grandi. Questa foto fu pubblicata sul numero due di Lotta Continua, giornale per il quale ho continuato a lavorare fino alla chiusura. Per Potere Operaio del Lunedì venni invece mandato in Sardegna per realizzare le immagini del primo numero. Mi imbattei in una fermata di autobus vicino al mare. C’era un gruppo di operai dei Petrolchimico che aspettava proprio l’autobus. Era pomeriggio tardi e tutti erano disposti sulla stessa riga. Parlavano, discutevano. Feci una foto stretta e lunga. Inventai un taglio nuovo.


Perché iniziasti a fare proprio questo tipo di foto?


Mi interessava rintracciare la bellezza umana nel disagio sociale. Una persona non è mai vinta, ha sempre un barlume che è simile a Dio, come sostengono le più antiche culture. L’uomo è sempre simile a Dio, anche se lebbroso, emarginato, disagiato e pazzo.


Hai avuto dei maestri che ti hanno guidato?


Io per maestro non intendo quello che ti insegna quali obiettivi usare ma quello che ti da coraggio nel tuo essere diverso. Alla fine degli anni sessanta avevo dei rapporti con il mondo dei paparazzi romani. Per loro facevo delle immagini scioccanti, da pazzo. Ci sono state delle persone che mi evitavano. Altri invece mi hanno seguito, come Franco Pinna e Tazio Secchiaroli. Mi sostenevano e dicevano che ero uno forte.

 Insomma, incoraggiavamo il mio stile e mi hanno umanamente appoggiato. In certe situazioni, Pinna e Secchiaroli sapevano quando stavano per comporsi situazioni compatibili con la mia sensibilità. Loro mi guardavano e sembravano dirmi : “attento sta per arrivare la tua immagine”. C’era infatti differenza tra noi. Oggi invece si è abituati a scatti neutri. Pinna e Secchiamoli cercavano la loro immagine, io la mia.

Molti fotografi non hanno questa dimensione del lavoro di fotoreporter.


tano_damico2Quali fotografi ti hanno ispirato nel tuo lavoro, oltre Pinna e Secchiaroli?


Più tempo passa e più mi accorgo che sono state importanti per me molte realtà creative: quelle degli attori, dei saltimbanchi, dei pittori, degli scultori e degli architetti. Poi si arriva a anche ai fotografi. Quando ero giovane pensavo che interessarmi alle immagini del passato significasse togliere presenza agli avvenimenti di oggi. La vita mi ha portato a ripensare a queste cose. Quando sono stato per lungo tempo in Spagna, ho passato giorni interi al Prado. Li capii che molte opere erano state realizzate con lo stesso scopo che avevo io. Poi quando alla fine degli anni settanta venni isolato ed ebbi problemi professionali, andai ad insegnare in un scuola ed iniziai a riflettere su un fotografo come Lewis Hine.


Il bianco e nero per te è una scelta di stile ? Hai mai affrontato il colore?


Il colore per me è un elemento linguistico importantissimo che avrei affrontato con sincerità nel cinema, dove è controllabile. Ma nel reportage il colore non è controllabile. Quando fotografo non dirigo la realtà, quindi devo usare un linguaggio astratto. Questa possibilità mi è data dal bianco e nero. In questa situazione sono arbitro delle linee, della composizione.

 
Hai mai pensato di fare fotografia che non fosse reportage?


Alcune volte per vivere l’ho dovuto fare ma la cosa mi stressava molto. Non riuscivo ad esprimermi e a concentrarmi.
Ho lavorato agli inizi con alcune attrici, con la loro bellezza. Ma anche qui c’erano dei problemi perché volevamo ritratti banali. Insomma, non era il mio lavoro. Quello che mi piace è fare entrare nelle mie inquadrature episodi che sarebbero dimenticati. Farli entrare nelle linee della memoria.


Come si coniuga questa tuo approccio con il lavoro foto-giornalistico?


Quando sono nato come fotografo era un periodo bellissimo, con tanti giornali e tanto desiderio di immagini. Io ho orrore dei periodi come quello attuale in cui sembra che l’immagine sia una. Per me è una delle sconfitte dell’umanità. Ci deve essere sempre una specificità. Giotto e Cimabue dipingevano in modo differente. Oggi è tutto un imbroglio. E’ un periodo di tenebra. Alcuni dicono le mie fotografie non vanno bene perché si ricordano troppo e perché sembrano fatte con lo stampino. Chi dice ciò, non comprende il mio lavoro. Io voglio produrre foto che rimangano nella memoria e comunichino il mio modo di vedere il mondo.


Quale ruolo svolgono secondo te le immagini per ciò che concerne la memoria?


Proprio recentemente sono stato a Livorno per la Giornata della Memoria. Uno storico, con cui mi sono incontrato, ha detto che la memoria non esiste da sola ma deve essere stimolata e l’immagine, in questo senso, può avere una funzione indispensabile. Ma io vado oltre. Per me la memoria è fatta di immagini, così come l’anima, se l’abbiamo, è fatta di immagini. Se andiamo a vedere le prime pitture realizzate dagli uomini, capiamo che questi si sono rivolti alle linee e alle forme per prendere coscienza della loro condizione. Le immagini nascono con la memoria e con la coscienza degli uomini. Alcune opere di Lewis Hine e Eugene Smith possono ingenerare cambiamenti negli individui, costruire una persona e farne la memoria. Comunque, non tutte le immagini fanno memoria per decreto. Fanno parte della memoria, come diceva Barthes, le immagini che fanno ricordare e pensare. E quelle che raccontano storie di amore e morte, aggiungo io.

 
Quindi la tua fotografia è anche uno sguardo dentro la vita e dentro le persone…


Io mi sento amico o nemico di qualcuno conoscendo le immagini che sceglie o fa. Mi rendo conto subito se è arrogante o mite.


In una tua conferenza parlasti di un concetto particolare: quello dei “senza potere”…


Nella mia vita ho incontrato figli di poveri che sono diventati arroganti e ricchi e qualche figlio di ricchi che per amore verso i suoi simili è diventato povero. Esiste un tipo d’uomo che non ha dentro i cromosomi del potere. I dittatori e i fomentatori delle lotte per il potere non verranno mai dal mondo delle immagini mentre molti creatori di immagini hanno dato la vita per la libertà. I dittatori vengono tutti dal mondo della parola scritta: avvocati, giornalisti.


Il cinema fa parte del tuo universo artistico?


Il cinema mi ha fatto riflettere molto, ma non l’ho mai fatto perché, mentre nella fotografia si può cambiare idea e cercare un avvenimento e cogliere i suggerimenti che mi danno gli altri e la realtà (anche i miei nemici), nel cinema deve essere tutto programmato. Inoltre, devi essere un demiurgo. E questa cosa mi mette un po’ paura.


Da quando hai iniziato a fare fotografia, è cambiato il tuo modo di guardare la vita?

 
Esistono degli elementi che sono rimasti invariati. Lo stampatore che cura le mie stampe dice che prima ero molto più duro. In effetti sceglievo sempre scatti che non avevano niente di superfluo, che erano più geometrici. Quelle foto hanno colpito duro e hanno provocato nei miei confronti molti odi e molti amori.


tano_damico3Come ti rapporti nei confronti degli eventi della realtà?

 
Io vengo inghiottito dagli eventi, sono portato a credere molto nel destino. Se una cosa non va, se un ambiente non mi accetta lascio perdere. E qualche volta in prima istanza mi è capitato. Io voglio che le persone abbiano il desiderio di avermi con loro e che, in un certo senso, mi regalino le loro immagini. Non mi piace rubare delle immagini, anche perché sono stato tutta la vita a contatto con delle persone a cui era stato già rubato tutto: dignità, famiglia, casa.

Rubare delle immagini è ripugnante.

 Una volta fui accettato da un gruppo di zingari in un modo particolare. Per radio sentii che li avrebbero sgomberati dal greto del Tevere (Roma, n.d.r.) con la scusa di una piena. Andai sotto la pioggia e mi misi vicino al loro accampamento, accanto ad un muraglione. Dopo qualche ora ebbero pietà di me e mi invitarono vicino al fuoco e bere del caffè. Così stabilii un rapporto. Mi dissero: “ma che vuoi fare con queste fotografie”? E io risposi: “voi siete sempre nelle pagine di cronaca nera, vorrei che invece foste nelle pagine della bellezza e della gioia”. Ho imparato così a conoscere il loro modo di comunicare; ho imparato a capire il loro stato d’animo dai loro movimenti. Da lontano riuscivo a sapere se era morto qualcuno. Quando succedeva questo mi avvicinavo e cadevo in uno stato di tristezza e pena. Loro si mettevano intorno a me dicendo che non mi dovevo preoccupare perché erano abituati alla sofferenza e alla morte. Mi raccontarono di alcuni episodi della caccia allo zingaro, di giovani donne inseguite mentre stringevano tra le braccia il loro bambini. Questi episodi avvenivano anche nel nord dell’Italia nel XIX secolo.

Intervieni sull’inquadratura in fase di stampa?


Io comprendo subito se un lavoro si mette bene da come guizzano le immagini dentro il mirino. Tu vedi che una mattina va bene, che a livello inconscio le linee vanno ai posti giusti. Questa è una dimensione creativa che alcuni hanno e che altri non hanno, una dimensione che si può anche perdere. A me piace anche si veda il bordo del negativo e che i lati non siano netti. Tendo dunque a non intervenire.

 
Quale tipo di obiettivo prediligi?


L’obiettivo più adatto al lavoro che faccio io è il 35mm; uno splendido obiettivo è anche il 50mm., ma per un lavoro senza sorprese.


Quanto conta la tecnica nell’azione di un fotografo e quanto serve invece la sensibilità interiore?


Noi comuni mortali dobbiamo ricorrere, per tentare di esprimere quel poco che abbiamo dentro, alla tecnica. Altrimenti perdiamo quel poco che possiamo creare. È utile anche una tecnica semplice. Però anche un minimo occorre.

 
Cosa ti manca ancora da raccontare attraverso la fotografia?


Io ho sempre sete di cose nuove. Comunque, continuano ad interessarmi i senza potere. Cerco immagini che ridiano dignità a quelli a cui è stata tolta. Io vorrei vedere delle persone che non hanno più bisogno di rivendicare la propria dignità.

Vorrei poter anche giocare e divertirmi facendo fotografie, senza dover inseguire la dignità dove è stata cancellata.

©CultFrame 03/2002

 

IMMAGINI

Fotografie di Tano D’Amico