La passione e lo stile. Intervista a Marco Delogu

marco_delogu-carceratiCultFrame ha incontrato nel suo studio di Roma il fotografo Marco Delogu, artista guidato da un forte rigore poetico ed autore di diverse pubblicazioni e di una campagna promozionale a favore di Amnesty International.

Iniziamo dal tuo ultimo lavoro. Come è nata l’idea di collaborare con Giosetta Fioroni?


L’idea è stata di Giosetta. Voleva provare a fare un lavoro fotografico sulla vecchiaia e sul tempo che passa sui volti delle persone. L’idea di base dunque è nata da lei e l’ha poi proposta a me, un po’ per la nostra amicizia ma anche per la conoscenza che aveva dei miei lavori. Inoltre, tutto si è successivamente sviluppato. Non si è trattato infatti solo di un lavoro solo sul tempo ma anche di un approfondimento su una donna che è stata bellissima, e molto conosciuta, e che è arrivata ai settanta anni decidendo che la vecchiaia è anche il periodo di massima libertà in cui, andando contro le convenzioni sociali, un individuo può farsi fotografare rappresentando i propri sogni. Bisognava in questa situazione trovare un equilibrio tra noi, tra le nostre cifre stilistiche.


In alcune immagini Giosetta Fioroni interagisce con le sue opere. Questo gioco tra la vecchiaia e l’opera d’arte riprodotta attraverso l’obiettivo fotografico come si è sviluppato espressivamente?


Bisogna dire che lei ha vissuto molto in collegamento con le immagini contenute nelle sue opere, quindi era necessario che queste opere entrassero in un intreccio espressivo. Giosetta appartiene alle sue pitture e le pitture appartengono a Giosetta. E’ chiaro che ci siamo trovati in una situazione difficile, perché il confine con la banalità era molto labile. Così, abbiamo effettuato un grande lavoro di selezione.


Dunque avete cercato un legame profondo tra la sua figura e le opere che dovevano entrare nelle immagini…

Ci doveva essere quella strana “magia” che non sempre si riesce a creare. Quindi è stato un lavorare per avvicinamento a quello che è stato un risultato finale. Si è trattato di un lavoro fatto con grande calma nel suo studio, oppure in campagna, dove siamo andati spesso. Il lavoro in esterni è stato spesso decontestualizzato: l’ambiente dunque in alcuni casi è una specie di non luogo.


Le immagini di Giosetta Fioroni con le maschere e vistosi trucchi fanno venire in mente delle icone archetipiche…

Quella delle icone archetipiche è un po’ una mania di Giosetta che me ne ha citate almeno una decina di cui io ricordo solo la provenienza, come quelle tratte da alcune fiabe russe. E’ una cosa sulla quale lei ha lavorato molto e sulla quale si è molto divertita. In questo contesto mi sono affidato a lei cercando di trovare un equilibrio e di giocare con queste icone.


E’ come se Giosetta Fioroni attraverso questi travestimenti e mascheramenti sia riuscita a tirar fuori dei fattori molto profondi del suo io…


Sicuramente questo è un dato importante. Per ciò che riguarda questo elemento, io posso comunque evidenziare il mio contributo personale: ho infatti eliminato alcuni leziosismi di Giosetta. E lei è stata molto disponibile a farsi “asciugare”. Questo metodo ha determinato la realizzazione di foto più secche e profonde. Abbiamo lavorato in sottrazione arrivando all’essenza dell’immagine.


Come mai avete scelto i light boxes per presentare queste opere?


E’ scaturita da questioni di carattere logistico ma anche per il fatto che non doveva essere una mostra troppo convenzionale. Volevamo fare delle cose molto grandi e lavorare sulla dimensione.


Cosa cambia nel lavoro di un fotografo in un simile contesto creativo?


Per la prima volta ho avuto un confronto non con un gruppo di persone ma con un solo individuo che, oltretutto, è un artista e quindi influisce con la sua personalità. Dunque, anche se le foto sono certamente mie, il lavoro in generale appartiene a tutti e due.


Parlando del tuo stile, mi sembra che il ritratto in primissimo piano e quello ambientato siano dei punti centrali della tua ricerca…


Il problema si presenta quando la realtà assume un significato rispetto alle persone che si fotografano. Le mie immagini dei carcerati e dei cardinali sono significative. Ho pensato che questi soggetti nei loro ambienti avrebbero dovuto essere considerati parte integrante degli ambienti stessi. I cardinali fanno una vita che li porta a stare nei corridoi vaticani o in appartamenti di un certo tipo e i carcerati devono stare in un posto come il carcere. Inoltre, si trattava di ambienti in cui era difficile poter entrare diverse volte per questioni di permessi e autorizzazioni. Rispetto al lavoro che ho fatto sul Palio o sui contadini della pianura pontina il discorso è stato diverso. Ho provato ad esempio a fare delle immagini con i contadini davanti alle loro case, ma poi ho capito che contava molto di più la faccia sulla quale si era depositata tutta la loro storia: il viaggio che avevano fatto dal Veneto alla stazione di Cisterna negli anni trenta. Quelli che ho fotografato io sono proprio gli emigranti dell’epoca, ormai molto vecchi, che portavano sul volto il peso della loro avventura umana.


Mi spieghi la scelta inusuale di fotografare dei cardinali?


Per me ha un senso fotografare dei gruppi di persone che hanno una vita e un linguaggio comune. Mi interessano le vere specificità. Quando io ho iniziato il lavoro sui cardinali erano abbastanza pochi, poi ci sono state diverse nuove nomine. Io sono riuscito a fotografarne una cinquantina su cento circa. Pensavo che quel gruppo di persone fosse interessante nel contesto del mondo. Inoltre, ho imparato una cosa in carcere che ha cambiato il mio modo di fotografare. In carcere sono arrivato in modo buonista e non volevo vedere i fascisti. Ma una volta giunto in questo posto ho capito che non funziona così. E’ necessario prendere il codice del posto ed evitare di avere pregiudizi. La stessa cosa è valsa per i cardinali. Io non sono cattolico…avevo uno zio arcivescovo che non vedevo da tanto tempo. Sono andato a trovarlo e poi l’ho fotografato. Quella foto mi ha fatto capire che valeva la pena di iniziare questo viaggio. Conservo ancora dei rapporti umani con alcuni molto intensi.


marco_delogu-contadiniParlando delle immagini dei cardinali come le hai effettuate? C’è stata una lunga preparazione?


La scelta delle inquadrature è stata un po’ lunga, così ho dovuto utilizzare delle “controfigure”, delle persone che mi aiutavano anche perché fotografo con attrezzature ingombranti (banco ottico, n.d.r. ).

 Loro sono arrivati al momento dello scatto ma non li ho mollati finché non è arrivata l’immagine buona. Mediamente ho fatto due tre foto per ogni cardinale.

Per ciò che concerne la scelta di farli guardare spesso in macchina devo dire che io, come ho già affermato, lavoro in sottrazione. Non voglio utilizzare “mezzucci” espressivi. L’immagine che piace è quella in cui c’è il superamento della posa. Penso che la vera immagine naturale ci sia quando il soggetto è messa in posa. Può apparire assurdo ma dipende dal fatto che la persona deve essere a proprio agio e deve porsi davanti all’obiettivo in maniera secca. Solo in una situazione del genere ci deve essere lo scatto. Per me i lavori sui cardinali e sul carcere sono stati importanti perché non ho avuto nessun condizionamento. E’ ciò è emerso chiaramente tanto che alla mostra dei cardinali ci sono stati apprezzamenti anche da anticlericali.


Il lavoro sui carcerati come ha avuto avvio e come ti sei trovato in questo ambiente?


Mi sono trovato talmente bene che adesso ritornerò per fare un lavoro sul mondo carcerario femminile.

 Voglio fare un libro grande dedicando il colore al mondo carcerario delle donne. Il carcere femminile infatti è completamente diverso rispetto a quello maschile e il bianco e nero non sarebbe stato adatto.


Che rapporto hai con la tecnica fotografica?


La detesto. Certo la tecnica si deve conoscere, bisogna essere aggiornati. Io ho un po’ bisogno della tecnica per il tipo di foto che faccio ma non voglio minimamente mostrarla. Io utilizzo la tecnica sapendo già cosa voglio. Mi serve solo per realizzare delle immagini che siano molto simili a quelle che ho pensato.


Hai dei punti di riferimento estetici?


Amo tutti i grandi ritrattisti e mi piacciono Irving Penn, Richard Avedon, Sander. Ma ho anche dei riferimenti letterari. Ora però cerco di liberarmi più possibile da queste cose. Io in genere studio molto gli altri e le altre forme artistiche. Nonostante ciò sono abbastanza sicuro della mia identità di artista, anche se sbatto la testa al muro tutti i giorni su questa faccenda.


Nella fotografia pubblicitaria riesci ad utilizzare il tuo mondo poetico?


Basta essere chiari con gli interlocutori e capire il valore aggiunto che devo mettere nelle immagini già pensate dal cliente e dall’agenzia. Per ciò che concerne la campagne sociali il mio lavoro è libero e vengo contattato per quella che è la mia fotografia. Per Amnesty International 2000 ho fatto una campagna che mi è piaciuta molto e che è assimilabile perfettamente alla mia cifra stilistica. Poi esistono le riunioni con gli art director in cui cerco di decifrare i codici di quelle persone. In queste situazioni subentra la mia professionalità perché cerco di creare un’immagine che si avvicini il più possibile a ciò che vogliono, utilizzando elementi di stile che fanno parte del mio mondo espressivo. Poi tutto dipende dalla sensibilità delle persone con cui lavori. Ci sono dei pubblicitari fantastici altri con cui invece è più difficile collaborare.

Concludiamo parlando di politica culturale. Come è la vita di un fotografo in Italia?


In Italia la situazione è piuttosto dura. Non ci sono strutture pubbliche e mancano grandi collezioni private. Però non bisogna crearsi degli alibi per non fare niente. Io conosco grandissimi fotografi internazionali che passano enormi momenti di difficoltà e nessuno li aiuta. Prendiamo il caso di Leonard Freed, un importante fotografo americano della Magnum. Ebbene, non ha una vita così organizzata e perfetta come si potrebbe immaginare. Ognuno deve trovare la sua strada e la deve difendere. Quello che ti deve guidare è la passione, senza la passione non si va da nessuna parte.


©CultFrame 01/2002

 

IMMAGINI

1 ©Marco Delogu. Senza titolo, da Carcerati

2 ©Marco Delogu. Renato Alberton, da Contadini

 

LINK

Il sito di Marco Delogu

 

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