La forza delle emozioni, la bellezza delle imperfezioni. Intervista a Leonard Freed

leonard_freed-harlemAutore di libri come “Amsterdam in the 60s”, “Black in White America”, “La Danse des Fidèles” e “New York Police”, Leonard Freed è uno dei fotoreporter più apprezzati a livello internazionale. In Italia è stato pubblicato da Alinari il suo libro Leonard Freed – Fotografie 1954/1990.


Abbiamo incontrato Freed durante la sua mostra allestita alla Galleria Acta International di Roma.


Come ha iniziato a fotografare e qual è stata la prima persona che ha visto i suoi scatti?

Io non sapevo molto del mondo della fotografia e così ho chiesto in giro quali fossero le persone chiave che mi potessero aiutare. Mi hanno segnalato Edward Steichen del Museo di Arte Moderna di New York dicendomi però che non avrebbe mai avuto tempo per incontrarmi. Io ho insistito fino a quando sono riuscito e vederlo. Siamo stati insieme per ben due ore a parlare. Quando Steichen ha visto le mie fotografie ha voluto acquistarne tre per la collezione del museo, sempre che le avessi stampate. Io, purtroppo, non avevo i soldi necessari per farlo e così non ho mai dato al Museo le mie fotografie. Né loro me le hanno mai pagate. Successivamente ho incontrato Delpire a Parigi, che solo ora è riuscito a pubblicare un mio Photo Poche. Infine, sono andato a vedere Brodovitch, volevo frequentare le sue lezioni. Mi ha permesso di partecipare nonostante io non avessi i soldi per pagarle. Queste sono state le tre persone le più importanti.


Quale approccio adotta quando fotografa le persone?


Mi sento di essere un regista e lo prendo come un gioco. Quando sono andato a fotografare Rockfeller a casa sua in campagna, mi piaceva capire fino a che punto avrei potuto spingermi. Mi sono trovato in un ambiente totalmente diverso dal mio, ma dovevo starci e soprattutto dovevo uscire da lì con degli scatti, perché se te ne vai senza le fotografie, è finita, non puoi più recuperare. Dunque, per realizzare una foto ho chiesto a Rockfeller di mettere i piedi sul tavolo. E lui l’ha fatto. Questa situazione mi ha fatto sorridere. Io che vengo dagli strati più bassi della società sono riuscito a mettere l’uomo più ricco d’America con i piedi sul tavolo. Considero che questo sia la parte bella della fotografia.


Nelle sue immagini lei narra una storia e lascia all’osservatore il compito di interpretarla senza spingerlo in una direzione o in un’altra. E’ una scelta ben precisa.


Sì, è vero. Per me è importante non fare propaganda, che tutto sommato è la cosa più facile. E’ facile vendere fotografie di propaganda. Ma un racconto ha qualcosa di ambiguo. Le opere di Shakespeare sono state presentate in teatro migliaia di volte e in ogni occasione sono interpretate diversamente. E’ importante che le persone interpretino la foto a modo loro, perché ciascuno mette la propria storia personale nelle mie opere. Così ogni immagine assume molti significati.


Lei ritiene che le fotografie non debbano essere perfette. Eppure, le sue sembrano esserlo.


Realizzare una fotografia è una questione di secondi. Il pittore può decidere con calma quando la sua opera è conclusa ma nella fotografia tutto succede in un secondo. E lo scatto è il risultato finale. Non le elaboro, né le re-inquadro. Nel caso dell’immagine dei preti che giocano nella neve a San Pietro volevo proteggere il mio obiettivo e ho messo un paraluce, ma non era quello giusto e lo si vede nei quattro angoli dell’inquadratura. Oggi, questa imperfezione non mi dispiace affatto.

Tra le sue fotografie non ci sono quelle di guerra, come mai?


Ne ho qualcuna ma non le preferisco. Mi interessano di più altre, dove le azioni di guerra non si vedono. Si scorgono invece le atmosfere come quella ripresa a Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni (1967). In un vicolo distrutto, un ragazzo arabo è seduto sui gradini e il suo volto è in primo piano che ci guarda. Questa immagine secondo me riesce a trasmettere emozioni.

Chi guarda le mie fotografie si chiede chi sono i personaggi ripresi? Quale tipo di vita conducono? Certo, le risposte vengono dall’immaginazione, e l’idea è proprio questa, che ognuno crei la sua storia intorno all’immagine.

Nelle sue fotografie, quali sono i fattori più importanti?


L’equilibrio è fondamentale. La fotografia dell’ebreo marocchino che cammina per strada con un ramoscello (1967) è un buon esempio. C’è un movimento determinato non solo dal fatto che l’uomo cammina, ma dalla presenza delle tre ruote delle macchine. Quella centrale, che si trova in alto, coincide con la testa dell’uomo mentre il piede tocca il margine dell’inquadratura. E’ l’equilibrio tra i vari elementi a sostenere il movimento, altrimenti irriproducibile. La forma dei pesci esposti sul banco nel mercato di Napoli (1958) e appesi in modo da formare dei cerchi, è rinforzata dalla presenza delle donne in secondo piano e dalle loro forme, in modo da creare un movimento musicale.


Lei è nato a una famiglia di ebrei russi e una gran parte dei suoi lavori comprende immagini realizzate in ambienti ebraici come quelli di New York, di Amsterdam e in Israele.


Sì, anche se sono totalmente ateo, sono sempre stato curioso di conoscere le persone religiose. Questa curiosità mi accompagna ovunque, anche quando fotografo ragazzini che giocano per la strada. Mi sento come un eterno studente e questa sensazione dà un senso alla mia esistenza e mi mantiene giovane.
Quando incontro gli ebrei credenti vedo i miei nonni, anche se non ho mai avuto nessun reale legame con la vita che vissero in uno shtetl in Russia. Il filo che ha legato le generazioni passate si è spezzato con me, poiché sono stato incapace di comunicare con loro. Ma quando si è bambini si assorbono facilmente le atmosfere del mondo circostante. Così, quando sono andato in Israele e ho visto per la prima volta Ben Gurion o Dayan, i loro volti mi sono sembrati familiari; era come se fossero i miei cugini. Questo retaggio mi ha permesso anche di capire meglio la gente dell’Europa orientale. Riconosco il loro modo di essere.


Lei è membro della Magnum dal 1972. Cosa è cambiato da allora?


Magnum è un’organizzazione internazionale con all’interno persone provenienti da tutto il mondo. Ciò significa che ha gli stessi problemi di qualsiasi altro ente internazionale. Gli italiani sono diversi dai tedeschi, i tedeschi dai francesi, la mentalità degli americani è distante da quella inglese, giapponese, indiana o cinese. Magnum è un organismo indipendente, una cooperativa. Tutte le decisioni sono prese tramite votazioni, a volte dopo accese discussioni in cui tutti si sentono importanti e hanno il diritto di dire la loro opinione. Ci sono gelosie, sentimenti sciovinisti. Ma il fatto che non tutti pensano allo stesso modo è anche il suo punto di forza. Quel che è cambiato è che i giovani sono meno idealisti e il loro pensiero è rivolto ai soldi. Non sono pronti ai sacrifici. All’età di trent’anni, se non hanno ancora avuto una mostra in qualche museo importante, si sentono falliti.


Quali sono i suoi soggetti preferiti oggi?


Amo fotografare la gioventù. Alla mia età un individuo ha più passato che futuro e finisce per parlare spesso del proprio passato. I giovani invece non hanno passato e tutta la loro vita è proiettata nel futuro. Così, fotografandoli, sono costretto anche io a vivere la vita con una prospettiva.

 

©CultFrame 10/2001

 

IMMAGINE

Leonard Freed. Harlem, New York, 1963

 

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Immagini realizzate da Leonard Freed

L’Agenzia Magnum