Un fotografo a Bamako. Intervista a Malick Sidibé

Malick Sidibé. Foto © Orith Youdovich
Malick Sidibé. Foto © Orith Youdovich. Febbraio 2001

L’espressione “I ka nyì tan” in Bambara (una lingua parlata in alcuni paesi dell’Africa occidentale) significa “stai bene così, non ti muovere” e viene pronunciata dal fotografo prima dello scatto. “I ka nyì tan” è anche il titolo della mostra ospitata presso il Museo Hendrik Christian Andersen di Roma, nella quale sono esposte le immagini dei fotografi maliani Seydou Keïta e Malick Sidibé.

Durante l’inaugurazione, abbiamo incontrato Sidibé.

Normalmente si conosce l’Africa attraverso le fotografie di reportage e si viene a contatto con delle realtà come la fame e le malattie. Lei invece introduce altri aspetti, quelli più gioiosi e più ottimisti dell’Africa. Qual è la reazione della gente che vede le sue fotografie?

Ovunque io esponga le mie fotografie tutti rimangono stupiti davanti all’allegria e alla gioia della gente. I segni di povertà sono esclusi dalle mie immagini. Le persone per esempio sono sempre ben vestite, con cura, le scarpe, l’orologio, la cravatta. Ecco, davanti a questo modo di vestire molti rimangono sorpresi e mi dicono: ma gli africani non sono poi tanto diversi da noi. In effetti, le ragazze del Mali si vestono come in Europa, con delle magliette. Ma dietro queste immagini non c’è nessun trucco né messe in scena particolari. Sono fotografie che riflettono la realtà. C’è solo la rappresentazione della donna maliana. Nel Mali non è tutto tristezza. La terra, la polvere, potrebbe ingannare e far pensare ad una miseria. Ma questa miseria è fisica non è morale. Lo stato d’animo è molto alto.

La cultura africana è basata sulla tradizione orale e sulla musica. Ma l’immagine, come ha riguadagnato il suo spazio?

Oggi credo che l’immagine occupi un posto ancora più importante di quello tradizionale della parola. Da sempre l’uomo cerca la sua immagine. La parola e la musica rimangono nel cuore ma la fotografia diventa un oggetto tangibile. E’ fissata per sempre ed è più immediata. E poi per guardare una fotografia non bisogna andare a scuola.

Qual è l’influenza che ha subito l’arte e la fotografia in particolare dal colonialismo francese?

Il Mali è un’antica civilizzazione ed è un paese di grande cultura e storia e il colonialismo non ha potuto danneggiarlo. Può essere che qualche dirigente più privilegiato si sia creato una vita agiata e di benessere, ma niente di più. Bisogna dire però che il colonialismo non ha mai forzato in maniera brusca il popolo e non è mai penetrato con forza in nessuna cultura etnica. Al contrario ha aiutato lo sviluppo.

Nel suo lavoro come fotografo, quali sono le difficoltà che ha incontrato nella società più tradizionale del Mali?

Da noi vige la religione musulmana, che ha un gran peso. La gente aveva difficoltà a guardare la propria immagine.

© Malick Sidibé
© Malick Sidibé

Nella tradizione fotografica africana mancano le fotografie di paesaggio e di nudo. Qual è la sua opinione in merito?

Da noi la fotografia di nudo non esiste veramente. Se qualcuno scatta foto di nudo, lo fa di nascosto. Io personalmente non mi interesso della nudità in pubblico. L’uomo e la donna stanno sempre insieme, uno accanto all’altra. Nella nostra tradizione non c’è separazione tra uomo e donna. Non riesco a puntare l’obiettivo sulla nudità di una donna. Per quanto riguarda i paesaggi, io personalmente li realizzavo, anche se non li prediligo. E’ un fatto di gusto. Comunque, in Africa, la fotografia di paesaggio è legata piuttosto alla documentazione del sistema alimentare.

Parliamo di Keïta. Quali sono le differenze generazionali che si rispecchiano nelle vostre rispettive fotografie?

La mia fotografia è la continuazione di quella di Keïta. Ma c’è una differenza. Io vengo da una generazione nella quale la musica ha liberalizzato il rapporto tra i due sessi. Questo è il motivo per cui si trova la gioia nei miei scatti . Anche prima, le donne potevano suonare il tam tam o il balafon, ma il ballo ha ravvicinato ragazzi e ragazze che si prendevano per mano. E’ la musica che li ha liberati. Certo, non si può impedire ai ragazzi di divertirsi, e la musica occidentale ha fatto sì che i giovani si prendessero proprio in braccio. Io sono capitato in questo periodo. Ecco perché le mie fotografie rappresentano questi ambienti. Una volta non c’erano le discoteche. Ma si organizzavano le feste in casa dei genitori. Oggi, le discoteche non sono così divertenti. La musica si è occidentalizzata troppo e la gente va anche solo per sentire la musica. Ma ai miei tempi si ballava, fino alle quattro del mattino.

Come vede il futuro della fotografia in Africa e nel suo paese?

C’è più interesse ora. La gente si nutre di fotografia e c’è anche qualche appassionato. E’ anche una fonte di guadagno per chi non ha lavoro. C’è più attenzione anche perché la gente si rende conto che la fotografia africana ha un valore. Lo si vede dall’interesse suscitato in Europa. Sì, io ho contribuito per diffondere la fotografia africana all’estero, anche se non so come è successo. Non mi aspettavo affatto che le mie fotografie un giorno sarebbero uscite dal Mali.

© CultFrame 03/2001

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I ka nyì tan. Mostra di Seydou Keïta e Malick Sidibé, fotografi a Bamako